Energia mondiale e popolazione
Tendenze fino al 2100
di Paul Chefurka,
Original text:
http://www.paulchefurka.ca/WEAP/WEAP.html
ottobre 2007
Premessa: Il legame causale tra energia e popolazione che
prospetto in quest'articolo è essenzialmente intuitivo.
Anche se mi sembra ragionevole, "provarlo" (o anche solo
dimostrarlo in maniera contundente) è difficile. Se però
l'intuizione è corretta, le conseguenze per il genere umano
di un declino globale delle fonti energetiche sono troppo
gravi per essere ignorate
Lo scenario energetico descritto è stato completato, e in
una certa misura sostituito, da un'analisi in qualche modo
più rigorosa nel successivo articolo
"World Energy to 2050", che invito i lettori a
consultare per le sue conclusioni sulle fonti energetiche
mondiali a medio termine.
Sintesi
Nel corso della storia, l'espansione della razza umana è
stata sostenuta da un costante aumento dell'uso di energia
esosomatica di alto livello. Il funzionamento della nostra
attuale civiltà industriale dipende completamente dalla
possibilità di accedere a un'enorme quantità di energia di
vario tipo. Se la disponibilità di tale energia dovesse
ridursi in modo significativo, la civiltà e la razza umana
che da essa dipendono subirebbero dure conseguenze. Il
documento configura i modelli di produzione delle varie
fonti di energia attualmente sfruttate e proietta fino al
2100 l'evoluzione probabile della loro disponibilità. Il
quadro energetico globale che si ottiene viene quindi
integrato in un modello della popolazione basato su una
stima del cambiamento del consumo energetico medio pro
capite nel corso del secolo. Infine, per arrivare a una
stima finale della popolazione, viene aggiunto l'impatto del
danno ecologico.
Il modello, noto come modello WEAP ("World Energy and
Population" cioè "Energia mondiale e popolazione") lascia
pensare che nel corso del secolo la popolazione mondiale si
ridurrà sensibilmente.
Introduzione
Nel recente periodo storico dell'industrializzazione
globale, il livello della popolazione umana è stato in
stretta correlazione con la quantità di energia usata. Negli
ultimi quaranta anni, il consumo energetico pro capite annuo
medio è stato pari a 1,5 toe (tonnes
of oil equivalent,
Tonnellate equivalenti di petrolio) a persona. Man mano
che l'industrializzazione aumentava, anche l'energia pro
capite aumentava, passando dagli 1,2 toe del 1966 agli 1,7
toe del 2006. In questo periodo la fornitura globale di
energia si è triplicata e la popolazione mondiale si è
raddoppiata.
Il grafico 1 mostra lo stretto rapporto tra
consumo energetico mondiale, PIL e popolazione globale e
lascia intendere che l'aumento della fornitura energetica
totale ha reso possibile quello della popolazione. Ne
possiamo dedurre che quando la disponibilità di energia
diminuirà vi saranno serie ripercussioni negative per la
razza umana? In questo articolo esporrò le mie stime sulla
situazione energetica mondiale per il prossimo secolo, e le
legherò a una proiezione della popolazione umana da ora al
2100.

Grafico 1: energia, PIL e popolazione dal 1965 al 2003
Metodologia
L'analisi nel documento è supportata da un modello delle
tendenze nella produzione di energia basato su dati storici
integrati in proiezioni ottenute a partire dalle conclusioni
di numerosi esperti in analisi energetica e dalla mia
personale interpretazione delle tendenze future.
L'attuale mix energetico include petrolio (36%), gas
naturale (24%), carbone (28%), nucleare (6%), energia idrica
(6%) e fonti rinnovabili, ad esempio l'eolico e il solare
(1% circa). I dati sulla produzione storica di ciascun tipo
(eccetto le fonti rinnovabili) sono stati tratti da
BP Statistical Review of World Energy 2007. Per rendere
omogenee le differenti categorie ho utilizzato il toe (tonnes
of oil equivalent,
Tonnellate equivalenti di petrolio), un indicatore
standard grazie al quale fattori di conversione ben noti
permettono di confrontare facilmente l'energia ottenuta
dalle differenti fonti. L'approccio non tiene conto delle
variazioni di efficienza delle differenti fonti, ad esempio
petrolio e idroelettricità, ma fornisce un modello standard
largamente accettato di confronto d'assieme.
Esamineremo dapprima le singole categorie di energia,
applicando a ciascuna i parametri di sviluppo ritenuti più
adatti. Per ciascuna categoria descriverò nel modo più
chiaro possibile i fattori e parametri che ho preso in conto
nel definire lo scenario, mettendovi così in grado di
decidere da soli se le mie ipotesi sono plausibili.
Successivamente combineremo le varie ipotesi in un'unica
proiezione energetica globale.
Dopo aver delineato il quadro energetico esploreremo gli
effetti che i previsti cambi nella fornitura di energia
potranno avere sulla popolazione mondiale, e, una volta
tracciate le linee di base, vi aggiungeremo i probabili
effetti del danno ecologico in corso per arrivare così a una
proiezione finale del numero d'individui sull'arco del
secolo.
Note
Il modello WEAP è stato sviluppato come semplice foglio di
calcolo elettronico Excel. I tempi degli avvenimenti
significativi legati all'energia e i tassi d'incremento (o
decremento) sono stati scelti dopo un attento esame degli
studi disponibili. In alcuni casi, autori diversi hanno
fornito opinioni divergenti. Per risolvere situazioni di
questo tipo, mi sono affidata alla mia analisi personale e
al mio giudizio. Il modello è stato quindi influenzato dalle
mie personali tendenze. Non me ne scuso: gli scenari di
questo tipo riflettono inevitabilmente il punto di vista
degli autori, ed è meglio mettere subito le cose in chiaro.
Mi sono comunque costantemente sforzata di essere obiettiva
nelle mie scelte, di basare le proiezioni sulle tendenze
rilevate al giorno d'oggi o nel passato recente, e di non
manifestare tutto il tempo pie illusioni.
Il modello WEAP presenta un'aggregato globale degli effetti
dei fattori ecologici ed energetici sulla popolazione
mondiale. Anche se vengono discusse le differenze regionali
o nazionali che ci si può aspettare abbiano un impatto
profondo sullo svolgersi degli avvenimenti a tali livelli,
il modello non tiene direttamente conto della loro
influenza. Questa mancanza di dettaglio potrebbe essere
considerata un difetto, ma il documento intende fornire una
visione più globale e definire un ampio quadro concettuale
che permetta di spiegare le disparità locali.
L'analisi non indica misure prescrittive; si limita a
delineare lo scenario futuro "più probabile", sulla base
della situazione attuale e della sua probabile evoluzione.
Non troverete suggerimenti specifici su quel che dobbiamo
fare, o proposte basate sull'assunto che nel breve periodo
sia possibile cambiare radicalmente il comportamento della
gente o delle istituzioni. La probabilità di cambiamenti di
questo tipo aumenterà in caso di un grave peggioramento
della situazione mondiale, ma tenerne conto adesso avrebbe
introdotto nell'analisi un livello di incertezza tale da
renderla inutilizzabile sul piano concettuale. E lo stesso
discorso vale per le nuove tecnologie. Non troverete accenni
all'energia da fusione dell'idrogeno, tanto per fare un
esempio.
Qui potrete trovare il foglio elettronico Excel con i dati
usati per elaborare il modello WEAP.
Modelli delle componenti energetiche
Petrolio
Nell'analizzare le nostre disponibilità di petrolio, bisogna
tener presente che la risorsa è finita, non rinnovabile, e
sottoposta a effetti che porteranno nell'immediato futuro a
una diminuzione del tasso di produzione. Il punto centrale
della situazione, nota come "Picco petrolifero", è che
l'estrazione dell'oro nero raggiunge il punto massimo quando
è stato recuperato all'incirca la metà del totale
disponibile, e comincia poi un declino irreversibile.
Si tratta di una regola valida sia per i singoli giacimenti
petroliferi che per le aree più vaste, ad esempio interi
paesi. Ma per ragioni differenti: nel primo caso il fenomeno
è legato a fattori geologici legati alla struttura del
giacimento, nel secondo caso, o a livello mondiale, è invece
legato a fattori logistici. Quando avviamo le operazioni in
una certa regione, di solito localizziamo e sfruttiamo
dapprima i giacimenti più grandi e più facilmente
raggiungibili. Man mano che la loro produzione di riduce,
tentiamo di sopperire alle minori quantità estratte con i
nuovi giacimenti disponibili, più piccoli e con un minore
tasso di produzione che non compensa interamente il declino
dei grandi pozzi che stanno sostituendo.
I siti petroliferi consistono in genere in alcuni giacimenti
grandi e una numerosa serie di giacimenti più piccoli.
Questa distribuzione spiega perché il 60% della produzione
globale di petrolio è ricavata da solo l'1%
dei campi petroliferi attivi in tutto il mondo. Per
rimpiazzare la produzione di un grande giacimento esaurito
può quindi essere necessario svilupparne migliaia di più
piccoli.
La teoria alla base del concetto di "Picco petrolifero" può
essere facilmente trovata su Internet; alcuni rimandi sono
forniti
qui,
qui e
qui.
Tempi
Si discute molto su quando ci si possa aspettare che la
produzione globale di petrolio giunga al suo massimo e su
quale sarà il suo tasso di declino. Mentre quest'ultimo è
estremamente controverso, sui tempi vi sono meno disaccordi.
Recentemente, numerosi conoscitori del settore hanno
annunciato che il picco è già arrivato. Tra costoro
annoveriamo l'investitore miliardario
T. Boone Pickens, il banchiere specialista
d'investimenti energetici
Matthew Simmons (autore del libro "Twilight in the
Desert" che decompone lo stato delle riserve petrolifere in
Arabia Saudita), il geologo in pensione
Ken Deffeyes (un collega di King Hubbert, noto fautore
della teoria del "Picco petrolifero"), e il dottor
Samsam Bakhtiari
(un ex scienziato della compagnia
petrolifera statale iraniana).
La mia posizione coincide con quella di questi esperti: al
momento in cui scrivo (fine 2007) il picco è già stato
raggiunto. Me ne sono pienamente convinto esaminando
l'evoluzione della produzione di petrolio e del suo costo
negli ultimi tre anni, e sono arrivato alla conclusione che
l'estrazione dell'oro nero ha
raggiunto il punto più alto nel maggio 2005. A partire
da quel momento non è più aumentata, nonostante il raddoppio
del prezzo e la frenetica attività di ricerca.
Tasso di declino
Il tasso di declino successivo al picco è un altro problema.
I migliori indici a nostra disposizione sono i risultati dei
giacimenti petroliferi e dei paesi del cui declino siamo già
consapevoli. Disgraziatamente questi tassi variano da un
posto all'altro. Gli Stati Uniti, ad esempio, sono in
declino
dal
1971 e da allora hanno perso i due terzi delle proprie
capacità, a un ritmo del 3% all'anno. D'altra parte, il
bacino del mare del nord sta perdendo annualmente il
10% circa, e il gigantesco giacimento messicano di
Cantarell sta perdendo addirittura il
20% circa.
Per creare un modello realistico di declino del petrolio nel
mondo ho scelto di seguire l'approccio del modello
WOCAP del dott. Bakhtiari, che presuppone un tasso di
riduzione dapprima molto limitato e poi sempre più
accelerato col passare degli anni. Fino ad ora l'approccio
WOCAP si è dimostrato piuttosto accurato, e io ne ho
adottato una variante, che si distingue soprattutto per
essere leggermente meno aggressiva: se WOCAP prevede una
caduta della produzione dagli attuali 4.000 milioni di
tonnellate per anno ai 2.750 nel 2020, il mio modello
raggiunge questo limite solo nel 2030. Nel modello WEAP il
tasso di declino passa dall'1% nel 2015 al 5% del 2040 e si
stabilizza poi su questo livello, ma anche con una stima
relativamente prudente lo sviluppo nel corso del secolo è
sorprendente, come appare evidente nel grafico 2.

Grafico 2: produzione mondiale di petrolio dal 1965 al 2100
Il problema dell'esportazione netta
Prima di accantonare il tema del petrolio è necessario
parlare delle esportazioni. Il grafico 2 mostra la sua
produzione aggregata a livello mondiale, ma il mondo non è
un assieme uniforme di produzione e consumo del prodotto:
alcuni paesi sono esportatori netti , altri sono invece
importatori netti che comprano il petrolio degli esportatori
sul mercato internazionale.
Nella maggior parte dei paesi la domanda di petrolio è in
costante aumento, e questo è particolarmente vero per gli
stati esportatori, la cui crescita economica è stata
stimolata dall'aumento del prezzo dell'oro nero. La crescita
supplementare ha a sua volta provocato una maggiore domanda
interna, soddisfatta con i surplus prima di procedere
all'esportazione. Fino a quando la produzione del paese
aumenta la cosa non crea grandi problemi, ma quando invece
raggiunge il suo picco e comincia a declinare s'innesca un
processo pericoloso: la quantità di petrolio destinata
all'esportazione diminuisce più velocemente della
produzione. È quello che è stato definito il "problema
dell'esportazione netta di petrolio".
Facciamo un esempio. Diciamo che un paese esportatore
produce un milione di barili di petrolio al giorno e che i
suoi abitanti ne consumano 500.000: ne restano quindi
500.000 per l'esportazione. A partire da un certo momento la
produzione scende di un 5% all'anno; dopo un anno sarà
dunque pari a 950.000 barili. Nel frattempo l'economia è in
espansione e provoca un aumento della domanda del 5%; il
consumo sale così a 525.000 barili al giorno. Ne restano
solo 425.000 da esportare, con una riduzione del 15%. Il
grafico 3 indica cosa succede sull'arco di vari anni:

Grafico 3: esempio di esportazione netta
Anche se produce ancora oltre 700.000 barili di petrolio al
giorno, dopo 8 anni le esportazioni del paese sono scese a
zero. È un fenomeno già constatato in Indonesia, nel Regno
Unito e negli USA, tutte nazioni un tempo esportatori e ora
importatori netti.
L'effetto è già rilevabile sul mercato mondiale del
petrolio. Il grafico 4 mostra
le esportazioni mondiali totali negli ultimi 5 anni. La
linea più spessa (un polinomio di secondo grado, per i più
curiosi) indica la tendenza: un imminente e repentino crollo
delle esportazioni mondiali nette dell'oro nero.

Grafico 4: esportazione mondiale netta di petrolio dal 2002
al 2013
Le variazioni delle esportazioni sono estremamente
pericolose per i paesi importatori. Ad esempio, gli USA
importano all'incirca i due terzi del petrolio di cui hanno
bisogno. Se il mercato delle esportazioni dovesse cominciare
improvvisamente a contrarsi, come il grafico 4 suggerisce,
la nazione si troverebbe di fronte a una scelta estremamente
ardua: accettare una drastica riduzione dell'attività
industriale, del PIL e dello stile di vita, uscire dal
mercato petrolifero internazionale e sottoscrivere contratti
di fornitura di lunga durata con i paesi produttori, o
tentare avventure militari per assicurarsi fonti di
approvvigionamento all'estero (come hanno già tentato di
fare in Iraq).
Devo queste informazioni al lavoro di Jeffrey Brown e al suo
Export Land Model.
Gas naturale
L'approvvigionamento di gas naturale mostra una situazione
sensibilmente eguale a quella del petrolio. Ed è logico,
dato che gas e petrolio provengono dalla stessa fonte
biologica e tendono a concentrarsi in formazioni geologiche
dello stesso tipo; i loro giacimenti vengono inoltre
trivellati con apparecchiature molto simili. La differenza
più importante consiste nel fatto che il petrolio è un
liquido viscoso mentre il gas è... beh, è un gas.
Petrolio e gas avranno entrambi un picco di produzione, ma
la successiva curva di declino di questo secondo prodotto
sarà molto più accentuata, a causa della sua minore
viscosità. Per capirne i motivi, pensate a due palloncini
identici, riempiti rispettivamente di acqua e di aria: se li
poggiate a terra e li lasciate, quello pieno d'aria si
sgonfierà molto più velocemente dell'altro. Un giacimento di
gas si comporta allo stesso modo: quando viene perforato
dalle trivelle il gas fuoriesce per la sua stessa pressione.
Man mano che si svuota, il flusso si mantiene relativamente
costante fino a quando il gas finisce, per poi interrompersi
bruscamente.
I giacimenti di gas mostrano la stessa distribuzione di
taglia di quelle petrolifere. Come nel caso del petrolio,
abbiamo trovato e sfruttato prima i più grandi, ma quelli
che entrano ora in produzione tendono a diventare sempre più
piccoli e a richiedere un maggior numero di perforazioni per
fornire la stessa quantità di gas. Ad esempio, il numero di
nuove trivellazioni in Canada è
aumentato del 400% tra il 1998 e il 2004 (dalle 400 del
1998 alle 16.000 del 2004), mentre la produzione annua si è
mantenuta costante. In altri termini, la disponibilità di
gas naturale seguirà la stessa curva a campana che abbiamo
visto nel caso del petrolio.
La natura dei rispettivi mercati mondiali di esportazione
rappresenta un'altra importante differenza tra petrolio e
gas, che nel caso del secondo è abbastanza più piccolo, a
causa della sua maggiore difficoltà di trasporto. Il
petrolio dev'essere semplicemente pompato nei serbatoi e poi
recuperato, mentre il gas naturale dev'essere liquefatto
(con un notevole dispendio di energia), trasportato in
contenitori speciali a bassa temperatura e alta pressione, e
infine rigassificato a destinazione (con un ulteriore
notevole dispendio di energia). Di conseguenza, buona parte
del gas naturale viene instradato via gasdotto, e il suo
mercato è quindi tipicamente nazionale o al massimo
continentale. Con un'importante implicazione: se la
disponibilità a livello continentale si riduce è molto
difficile porvi rimedio importando gas da altre aree
mondiali con riserve ancora abbondanti.
Il picco produttivo a livello mondiale non era ancora stato
raggiunto nel 2005, ma due cose sono sicure: il periodo di
preallarme sarà ancora più breve che nel caso del petrolio,
e il successivo tasso di declino potrebbero essere
sorprendentemente elevato. Per il modello del gas ho
scelto come momento di picco un arco di tempo che va dal
2025 al 2030, cui farà seguito un rapido accentuarsi del
tasso di declino che raggiungerà l'8% all'anno entro il 2050
e si manterrà poi costante per i successivi 50 anni. La
curva di produzione che ne consegue è riportata nel grafico
5.

Grafico 5: produzione mondiale di gas naturale dal 1965 al
2100
Carbone
Con la sua pessima fama sul piano ambientale, che rimonta
all'epoca, il 1700, in cui in Gran Bretagna se ne fece per
la prima volta largo uso, il carbone è la pecora nera tra i
carburanti fossili. Le nebbie di Londra, alimentate dai
camini, erano famose e hanno danneggiato la salute di
centinaia di migliaia di persone. Al giorno d'oggi la
maggiore preoccupazione riguarda però non tanto fuliggine e
cenere quanto il biossido di carbonio sprigionato dal suo
uso: a parità di peso il carbone rilascia più CO2 del
petrolio o del gas, anche se, dal punto di vista della
produzione di energia ha il vantaggio di essere estremamente
abbondante. Nell'ottica del riscaldamento globale, questa
caratteristica ha ovviamente una connotazione fortemente
negativa.
Il carbone viene in massima parte sfruttato per produrre
elettricità. Col crescere delle economie cresce anche la
domanda di elettricità, e se quest'ultima viene usata per
rimpiazzare quella persa a causa del declino del petrolio e
del gas naturale la domanda di carbone sarà messa sotto
pressione. Attualmente la Cina sta installando due o tre
nuove centrali a carbone ogni settimana, e prevede di
continuare a questo ritmo per almeno tutto il prossimo
decennio.
Anche il carbone, come abbiamo già visto nel caso del
petrolio e del gas, avrà un picco e un declino. In passato
abbiano cercato e usato soprattutto l'antracite, il carbone
di migliore qualità; ma molti degli attuali giacimenti
consistono in lignite e materiale bituminoso di grado
inferiore, che hanno un rendimento inferiore quando vengono
bruciati e richiedono quindi uno sfruttamento più ampio
delle miniere per fornire la stessa quantità di energia.
L'Energy
Watch Group ha condotto un'approfondita analisi sull'uso
del carbone nel prossimo secolo, e io ho usato le loro
conclusioni come punto di partenza per il mio modello. Il
modello prevede un uso in constante aumento del fossile,
fino al picco nel 2025. Il riscaldamento globale comincia ad
avere serie conseguenze e aumenteranno quindi le pressioni
per ridurre il ricorso al carbone; la curva di declino sarà
quindi leggermente meno ripida di quella prevista
dall'Energy Watch Group. Disgraziatamente, l'abbondanza del
carbone e la nostra necessità almeno in parte l'energia
persa per l'esaurimento del petrolio e del gas renderanno
meno brusco, rispetto ai combustibili fossili, il declino
d'uso, che nel modello passa dallo 0% del 2025 a un limitato
5% annuo nel 2100. Otteniamo così la curva del grafico 6.

Grafico 6: produzione mondiale di carbone dal 1965 al 2100
Naturalmente, l'uso del carbone implica il pericolo di un
maggior riscaldamento globale a causa della produzione di
CO2. Sono state scritte molte belle parole sulla possibilità
di ridurre il rischio ricorrendo al CCS (Carbon Capture and
Storage), che prevede la cattura negli scarichi delle
centrali e la compressione del CO2, e il suo successivo
pompaggio in giacimenti di gas oramai esauriti per una
conservazione nel lungo periodo. Si tratta di una tecnologia
ancora sperimentale, e dal punto di vista della sicurezza ci
sono notevoli perplessità sullo stoccaggio di enormi
quantità di CO2 in strati di roccia porosi. La mia analisi
non tiene in gran conto piani di questo, e quando
discuteremo l'incrociarsi del degrado ecologico col declino
energetico darò per scontato che sia stato fatto ben poco in
rapporto alla quantità di carbonio prodotta a scala globale.
Nucleare
Il grafico della figura 7 è il risultato di una sintesi dei
dati disponibili e delle mie proiezioni. Sono partito da una
tabella sull'età dei reattori pubblicata dall'AIEA (ristampata
in occasione di una presentazione all'Association for the
Study of Peak Oil and Gas), dalla tabella delle serie
storiche di produzione dell'energia nucleare della
BP Statistical Review of World Energy 200 e da una
tabella dell'Uranium
Information Centre che indica il numero di reattori
installati, in costruzione, in fase di progettazione o
proposti a livello mondiale.
La tabella sull'età dei reattori è particolarmente
interessante perché mostra che nella maggior parte dei casi
(361 su 439, per essere esatti) la loro età va dai 17 ai 40
anni. Naturalmente il numero medio di centrali varia da un
anno all'altro, ma in generale si aggira sui 17 e in un paio
di anni supererà i 30.
Alla base del mio modello di energia nucleare ci sono due
considerazioni. La prima è che la durata di vita utile di un
reattore si aggira sui 40 anni, e che quindi gl'impianti
stanno in buona parte approssimandosi alla loro fine di
esercizio. La seconda è che il tasso di sostituzione
ricavato dalla tabella dell'UIC è di soli 3 o 4 reattori
all'anno almeno nel prossimo decennio, e molto probabilmente
anche in quello successivo.
Ciò significa che nei prossimi 20 anni andranno fuori
servizio più di 300 reattori, ma ne metteremo in funzione
solo 60 nuovi. Nel 2030 avremo quindi una perdita netta di
oltre 240 reattori, cioè più della metà del totale odierno.
Si tratta di reattori di una potenza più o meno eguale (in
media poco meno di 1 GW), e possiamo dunque calcolare la
capacità mondiale di produzione fino al 2030 con ragionevole
accuratezza.
Il modello interpreta in modo non restrittivo i dati
disponibili: ipotizza che costruiremo ogni anno 3 GW di
potenza nucleare nei prossimi 10 anni (grosso modo i
reattori attualmente in costruzione), 4,5 GW nei dieci anni
successivi (si tratta dei reattori in fase di progettazione
la cui costruzione è più che probabile) e 6 GW nei 20 anni
successivi (si tratta dei reattori di cui è stata proposta
la costruzione). Ipotizza inoltre un crescente appoggio alle
nuove centrali, perché penso che tra una 20 d'anni saremo
alla disperata ricerca di energia, e questo spiega perché
nel periodo esaminato il numero di centrali completate
raddoppierà.

Grafico 7: produzione nucleare mondiale dal 1965 al 2100
Il crollo di capacità tra ora e il 2030 dipende dal fatto
che le nuove costruzioni non tengono il passo con il rapido
smantellamento di un gran numero di vecchi reattori.
L'aumento dopo il 2030 deriva dal fatto che, secondo le mie
previsioni, il ritmo di costruzione raddoppierà all'incirca
dal 2025, quando la situazione energetica diventerà
visibilmente critica e ci renderemo conto che la maggior
parte dei reattori del periodo d'oro 1970-1990 sono oramai
fuori servizio. Il declino finale dopo il 2060, infine,
deriva dal fatto che, sempre secondo le mie previsioni, in
qualche decennio la scarsità di petrolio e gas naturale darà
il via a un rapido declino della capacità industriale. Di
conseguenza, nel 2060 non avremo la capacità di cui avremmo
bisogno per sostituire tutti i vecchi reattori nucleari.
La spiegazione del picco di capacità nucleare nel 2010 e del
successivo calo è molto simile a quella del Picco
petrolifero: il grosso dei reattori sarà fuori uso tra poco
e non ne stiamo costruendo in numero sufficiente per
sostituirli. In effetti per bilanciare l'attuale tasso di
smantellamento dovremmo costruire 17 nuovi reattori all'anno
(oltre 5 volte il numero attualmente in programma) per
sempre, e la cosa è molto improbabile alla luce del contesto
economico, normativo e sociale in cui l'industria nucleare
opera oggigiorno. Il crollo della capacità produttiva dopo
il 2010 significa inoltre che le preoccupazioni
sull'estrazione dell'uranio (che si aggira oggi sulle 50.000
tonnellate all'anno in tutto il mondo) sono inutili.
Idroelettrico
Se nella favola dell'energia il carbone è la sorellastra
cattiva, l'idroelettrico è invece la fatina buona. Dal punto
di vista ambientale è relativamente pulita, anche se forse
non tanto quanto si pensavo un tempo, è in grado di fornire
grosse quantità di elettricità in modo continuo, ha una
tecnologia ben controllata, è disponibile ovunque e non
richiede un eccessivo livello di sofisticazione (almeno in
confronto al nucleare). Dighe e generatori hanno una lunga
durata di esercizio. Anche se tendono ad essere a scala
soprattutto locale, ha comunque la sua buona dose di
problemi, primi tra i quali la distruzione dell'habitat
provocato dalle inondazioni, il rilascio di CO2 e metano
dalla vegetazione sommersa dalle acque e l'alterazione del
flusso dei fiumi. In termini di sviluppo ulteriore, il
principale ostacolo è rappresentato dal fatto che in molte
aree i siti più adatti dal punto di vista idrologico sono
già sfruttati.
Ciononostante resta una fonte di energia interessante, e in
futuro il suo sviluppo continuerà probabilmente allo stesso
ritmo del passato, almeno fino a quando la capacità
tecnologica o le domande del mercato non renderanno
irrilevanti ulteriori sviluppi.
Per calcolare il tasso di crescita della produzione
idroelettrica ho usato una curva polinomiale di secondo
ordine nella serie storica di produzione degli ultimi 420
anni. Una proiezione di questo tipo sottintende che lo
sviluppo futuro sarà molto simile a quello registrato in
passato, quanto meno fino a quando un'influenza esterna non
alteri il corso degli eventi. Il risultato è mostrato nel
grafico 8. Un motivo di fiducia nell'affidabilità della
proiezione è l'elevata corrispondenza della curva scelta con
i dati reali, come si vede dal valore di R2
(0,994) che è tanto migliore quanto più si avvicina a 1,0.

Grafico 8: proiezione della produzione idroelettrica
Il modello di produzione idroelettrica del grafico 9 ha la
possibilità di arrivare entro il 2060 a un livello doppio di
quello attuale, per poi ridiscendere ai valori odierni entro
il 2100. Il declino della seconda metà del secolo è da
imputare a una perdita della capacità industriale mondiale e
a una riduzione dei flussi di acqua provocati dal
riscaldamento globale. Sono, appunto, le influenze esterne
di cui parlavamo prima.

Figure 9: Global Hydro Production, 1965 to 2100
Energie rinnovabili
Col termine energie rinnovabili s'intendono fonti quali
l'eolico, il fotovoltaico e il solare termico, l'energia di
marea, ecc. Valutarne il probabile contributo alla futura
disponibilità energetica è una delle fasi più difficili cui
ho dovuto far fronte nel mettere a punto questo modello,
dato che il settore è ancora nella sua infanzia. Per il
momento mostra quindi un impatto minimo ma delle possibilità
enormi. Il contributo a livello mondiale è ancora
trascurabile (meno dell'1% del bisogno energetico globale)
ma il tasso di crescita è eccezionale. L'energia eolica, ad
esempio, ha fatto registrare, nell'ultimo decennio, un
tasso di crescita annuo del 30%.
I fautori delle energie rinnovabili sottolineano l'enorme
massa di ricerca attualmente in corso e l'ampia gamma di
approcci esplorati. Sottolineano inoltre a ragione che lo
stimolo è enorme: lo sviluppo di alternative rinnovabili è
cruciale per la sostenibilità della civiltà umana.
Consapevolezza, impegno e possibilità in nuce danno al
nascente settore un'aura di invincibilità, e ciò a sua volta
rafforza il punto di vista dei sostenitori che tutto è
possibile.
Ovviamente il mondo reale è pieno di limiti imprevisti e
ottimismo infondato. Uno di questi limiti è venuto alla luce
nel campo dei biocarburanti, dove il pubblico ha dovuto
prender coscienza del conflitto tra cibo e carburante. E un
ottimismo eccessivo si può notare nello stesso campo, ove il
sogno di sostituire a livello mondiale la benzina con
l'etanolo e il biodiesel si scontra adesso con i limiti del
basso rendimento energetico dei processi biologici.
Il punto centrale nel costruire un modello credibile è:
qual'è il probabile tasso di sviluppo a lungo termine
dell'energia rinnovabile nei prossimi 50 anni, e in che
percentuale contribuirà alle esigenze mondiali?
Non sono d'accordo sul giudizio negativo secondo cui le
fonti rinnovabili forniranno un contributo trascurabile, ma
è irrealistico attendersi che possano raggiungere una
posizione dominante sul mercato energetico. In primo luogo
per l'avvio tardivo rispetto all'imminente declino del
petrolio, del gas, e dell'energia nucleare, e in secondo
luogo per il persistente svantaggio economico rispetto al
carbone.
Per ottenere una proiezione realistica del tasso di sviluppo
delle energie rinnovabili, ho usato lo stesso approccio
indicato per l'energia idroelettrica. Come punto d'avvio per
il grafico 10, sono stati usati i dati sulla produzione
globale di energie rinnovabili dal 1980 al 2005 raccolti
dall'Energy
Information Agency. Come già nella proiezione della
produzione idroelettrica, l'elevata corrispondenza della
curva scelta con i dati reali, come si vede dal valore di R2
(0,994) garantisce l'affidabilità della curva.

Grafico 10: proiezione della produzione da fonti rinnovabile
In questo caso la tecnica mostra un paio di punti deboli. In
primo luogo, mette insieme tutte le fonti di energia
rinnovabile (geotermico, solare, eolico, biomassa, ecc.):
alcune stanno ancora muovendo i primi passi, ed è quindi
possibile che in futuro facciano registrare tassi di
sviluppo più elevati e facciano quindi sembrare la
proiezione troppo prudente (d'altra parte è anche possibile
che si trovino di fronte a limiti imprevisti e finiscano con
l'andare in tutt'altra direzione). In secondo luogo, il
settore è giovane, e discontinuità di produzione da un anno
all'altro possono rendere la curva inaffidabile. Il problema
è stato affrontato usando come base solo i dati degli ultimi
15 anni, cioè quelli di più alta crescita dei settori eolico
e solare: l'indice di correlazione elevato mostra che la
variazione annua della curva resta piuttosto limitata.
Nell'insieme, la proiezione sembra quindi adatta a essere
usata come base del modello.
Ho posto il contributo massimo nel 2070, dopo di che la
produzione declina perché molte fonti di energia rinnovabile
(turbine eoliche e pannelli solari fotovoltaici) dipendono
da un elevato livello tecnologico e dalle capacità
industriali. Anche così il modello prevede che alla fine del
secolo il contributo delle fonti rinnovabili sarà
percentualmente superiore a quello di qualsiasi altra fonte,
eccetto l'idroelettrica.

Grafico 11: produzione di energia rinnovabile mondiale dal
1965 al 2100
Le fonti energetiche in prospettiva

Grafico 12: uso dell'energia in base alle fonti dal 1965 al
2100
Il grafico 12 riunisce tutte le proiezioni precedenti;
permette così di rendersi conto dei tempi relativi dei vari
picchi di produzione e di controllare nel tempo il
contributo di ogni fonte energetica rispetto alle altre.
Come appare chiaro, i combustibili fossili offrono il
contributo di gran lunga più importante all'attuale mix
energetico mondiale ma declineranno rapidamente nella
seconda metà del secolo. A partire dalla metà del secolo i
settori idroelettrico e delle energie rinnovabili offriranno
un contributo sensibile, mentre l'energia nucleare si
manterrà costante. Sul finire del secolo, petrolio e gas
naturale saranno usciti dal grafico e l'idroelettrico, le
energie rinnovabili, il carbone e il nucleare costituiranno
(in questo ordine) le principali fonti di
approvvigionamento.

Grafico 13: uso totale dell'energia dal 1965 al 2100
Il grafico 13 riunisce tutte le curve energetiche per
mostrare l'andamento globale del consumo di energia a scala
mondiale. Il grafico indica crescita, picco e declino di
ciascuna fonte per consentire una visione d'assieme della
situazione energetica fino al 2100. Il picco maggiore si
colloca attorno al 2020, con un successivo accentuato
declino fino al 2100, giustificato soprattutto dalla perdita
di petrolio, gas e, in misura minore, carbone. Il declino è
attenuato da un aumento verso la metà del secolo
dell'idroelettrico e delle fonti rinnovabili, con una media
leggermente inferiore al 3% annuo.
Disgraziatamente, la perdita dell'enorme contributo dei
combustibili fossili significa che l'energia totale a
disposizione dell'umanità a fine secolo potrebbe essere meno
di 1/5 di quella attuale e meno di 1/6 di quella di picco,
tra dieci anni o poco più. La situazione contiene un ovvio
messaggio, ed è proprio questo messaggio l'obiettivo
dell'articolo.
Effetto del declino energetico sulla popolazione
Come ho spiegato nell'introduzione, la crescita della
popolazione mondiale è stata resa possibile dalla nostra
produzione di energia. Adesso è tempo di analizzare un poco
più in dettaglio tale rapporto e di riflettere sulle
implicazioni del modello energetico mondiale che abbiamo
appena messo a punto.
Situazione storica e situazione attuale
Secondo un'analisi storica dell'energia umana pubblicata da
Western Oregon University, il consumo pro capite di
energia alimentare si è mantenuto relativamente stabile (con
un rapporto 3:1 sull'arco di buona parte della storia umana)
ma l'energia che ciascuno di noi usa per le altre attività è
aumentato di circa 30 volte dall'inizio dell'era agricola
alla situazione attuale dei paesi industrializzati. La
popolazione mondiale è cresciuta in maniera simile, passando
dai 200 milioni dell'anno 1 DC ai 6,6 miliardi di oggi.
Uno dei risultati più importanti dello studio del WOU
concerne il consumo energetico non-alimentare di un
"agricoltore evoluto" del nord Europa nel 1400. Se
convertiamo le 20.000 kcalorie diarie nella nostra misura
standard di toe (tonnellate di petrolio equivalente) abbiamo
una cifra di 0,75 all'anno. Il consumo di un "uomo della
prima industrializzazione" si aggirava sui 2,5 toe all'anno.
La media pro capite globale del consumo energetico
non-alimentare nel 1965 era di sole 1,2 toe all'anno.
Nel consumo energetico globale esistono, naturalmente,
grandi disparità: la popolazione aggregata di Cina, India,
Pakistan e Bangladesh (2,7 miliardi d'individui) usa oggi
una media di 0,8 toe per persona all'anno, rispetto a una
media mondiale di 1,7 toe e un consumo negli USA di circa
8,0 toe.
È ragionevole aspettarsi che il declino della fornitura
mondiale di energia influirà in modo differente sui paesi
alle due estremità dello spettro. La situazione si complica
ulteriormente per gli effetti della contrazione netta delle
esportazioni di petrolio sui paesi importatori, e per il
loro livello di ricchezza o povertà. Un'analisi rigorosa di
tali effetti oltrepassa gli obiettivi questo' articolo, ma
esamineremo alcuni impatti probabili a breve e lungo
termine. Completeremo così l'analisi dell'effetto
complessivo del declino energetico sulla popolazione
mondiale, oggetto principale dello scritto.
Effetti a lungo termine e aggregati
Come abbiamo visto nel precedente esempio dell' "agricoltore
evoluto", gli esseri umani hanno bisogno di una notevole
quantità di energia anche solo per una qualità di vita
relativamente povera. Ciò significa che col declinare delle
disponibilità energetiche e della quota pro capite, la
qualità di vita di coloro che si collocano all'estremità
inferiore della scala dei consumi risulterà tanto più
gravemente colpita quanto più si troveranno vicini a un
livello di consumi di pura sussistenza.
Nella nostra civiltà il valore dei beni dipende dalla loro
scarsità: quanto più un bene indispensabile è raro tanto più
il suo prezzo è elevato. Chi se lo può permettere l'ottiene
a spese di quelli che invece non possono. E chi è escluso
deve ridurre il consumo, o eliminarlo del tutto. Il
principio si applica all'energia, come bene aggregato,
esattamente come a qualsiasi altro bene.
In che misura l'individuo potrà sopravvivere a un crollo
delle forniture di energia e al conseguente aumento dei
prezzi, dipenderà soprattutto dalla sua capacità di
eliminare altri consumi per potersi permettere di comprare
l'energia di cui ha bisogno: chi è in fondo alla scala
economica non sarà in grado di rindirizzare le sue spese
voluttuarie verso l'acquisto di energia, semplicemente
perché non può permettersi spese voluttuarie. Di conseguenza
verrà messo fuori gioco e dovrà limitare l'uso di carburante
o elettricità; ma se il consumo di questi beni è già tanto
basso da permettergli a stento di sopravvivere il risultato
sarà ovviamente catastrofico.
Oltre 4,5 dei 6,6 miliardi d'individui che popolano la terra
vivono in paesi che hanno un consumo energetico pro capite
inferiore a 2,0 toe all'anno. Al declinare delle forniture
di energia, questi paesi rischieranno un forte aumento della
mortalità, perché verranno esclusi dal mercato mondiale
dell'energia e la popolazione scenderà al di sotto del
livello minimo di energia necessario per la sopravvivenza.
Effetti a breve termine e regionali
Gli effetti di questo tipo saranno dovuti soprattutto del
picco petrolifero e della successiva crisi dell'esportazione
netta. Non appena le esportazioni cominceranno a contrarsi
in misura percettibile, i prezzi del petrolio saliranno
rapidamente.
Alcuni paesi produttori decideranno di vendere la maggior
parte della produzione sui mercati internazionali per i
guadagni che ne potranno ricavare; la scelta metterà in
difficoltà la popolazione e potrà provocare disordini o
addirittura innescare una rivoluzione. Altri paesi
produttori decideranno di immettere il petrolio sul mercato
interno per soddisfare in priorità i bisogni dei propri
cittadini; si assisterà così a un'ondata di
nazionalizzazioni delle risorse petrolifere che
consentiranno ai governi di gestire direttamente la
distribuzione e controllare i prezzi a livello nazionale.
I paesi importatori si troveranno a dover fare una scelta
simile a quella prima descritta per i paesi poveri. Dovranno
riorientare le loro spese discrezionali verso l'acquisto di
petrolio; se non potranno acquistarne a sufficienza per
soddisfare i propri bisogni, saranno obbligati a ridurre i
consumi, oppure, se se lo possono permettere, potranno
essere tentati di assicurare la fornitura ricorrendo alle
armi. I paesi produttori che stanno lasciando il proprio
petrolio fuori dal mercato mondiale (o che pensano di farlo)
saranno quindi particolarmente esposti al pericolo di
diventare obiettivi di una possibile guerra. Alcuni aspetti
di questo calcolo geopolitico sono già entrati in gioco
nell'invasione statunitense dell'Iraq.
La crisi dell'esportazione netta di petrolio potrebbe ben
diventare l'elemento centrale nel definire gli
sviluppi geopolitici del prossimo decennio.
Il modello della popolazione
Il modello della popolazione si basa soprattutto sugli
effetti aggregati a lungo termine del declino energetico, e
non specifica i meccanismi della riduzione di popolazione
presi in conto nella proiezione. È comunque probabile che
includano cause quali grandi penurie di cibo a livello
regionale, diffusione di malattie a causa della perdita di
assistenza medica e servizi sanitari, maggiore mortalità per
l'esposizione al caldo e al freddo.
La principale interazione del modello è quella tra l'energia
disponibile in un certo momento (cfr. grafico 13) e la stima
del consumo medio mondiale pro capite. Il consumo mondiale
individuale è attualmente di circa 1,7 toe all'anno,
quantità che nel modello scende uniformemente a 1,0 toe
entro il 2100. per mettere le cose nella giusta prospettiva,
nel 1965 la media mondiale era pari a 1,2: il modello non
sta quindi predicendo una discesa molto al di sotto di
questo livello. È molto probabile che aumenti la disparità
tra i paesi ricchi e quelli poveri, ma l'approccio usato ne
maschera l'effetto.
Con queste premesse, la popolazione mondiale aumenterebbe
nel 2025 a circa 7,5 miliardi per poi cominciare un
inarrestabile declino a 1,8 miliardi entro il 2100.

Grafico 14: popolazione mondiale e declino energetico dal
1965 al 2100
Effetti del disastro ecologico
Per completare il quadro della popolazione umana nei
prossimi cento anni, è necessario accennare ad alcuni
problemi ecologici da tenere in considerazione.
Secondo
Wikipedia, l'ecologia è lo studio scientifico della
distribuzione e della presenza di organismi viventi e di
come tale distribuzione e presenza vengano modificate dalle
interazioni tra organismi e ambiente.
I concetti ecologici fondamentali per capire la situazione
attuale dell'umanità sul nostro pianeta sono due: la
capacità di carico e il soprannumero.
Capacità di carico
La capacità di carico di un ambiente è data dalla quantità
di risorse a disposizione della popolazione che lo abita. La
risorsa limitante è considerata di solito la disponibilità
di cibo, un concetto facilmente applicabile a piante e
animali. Due esempi classici sono la fluttuazione del
rapporto predatore-preda (lupi e cervi oppure volpi e
coniglio) o il numero di bufali che possono vivere su una
certa prateria.
Ma i problemi cominciano quando tentiamo di applicare lo
stesso criterio agli esseri umani. Nel mondo animale, una
popolazione è al di sotto della capacità di carico
dell'ambiente si moltiplica e si stabilizza quando la
raggiunge. Nel caso degli esseri umani, però, il totale ha
continuato ad aumentare per moltissimo tempo (e in effetti
sta ancora aumentando, anche se più lentamente): non abbiamo
ancora raggiunto la capacità di carico della terra o sono
intervenuti altri fattori?
Il punto che non è stato preso in esame è, ovviamente, il
tipo di risorsa consumata dai singoli componenti della
popolazione.
Nel mondo animale la principale risorsa consumata è il cibo,
un'esigenza praticamente costante: può variare leggermente
per fattori quali la crescita o il periodo dell'anno, ma in
media la quantità di cibo necessaria a ciascun organismo per
vivere è relativamente stabile. Gli animali hanno poche
esigenze, oltre al cibo e all'acqua, ed è quindi
relativamente facile (almeno in teoria) calcolare la
capacità di carico di un certo ambiente per una specie
particolare.
Anche nel caso degli esseri umani, come abbiamo visto prima,
la quantità di cibo necessaria per sopravvivere si mantiene
relativamente costante, diciamo tra le 2.000 e le 5.000
chilocalorie al giorno, in funzione del livello di attività.
Quello che invece varia, differenziandoci dagli altri
animali e complicando il calcolo della capacità di carico, è
invece il livello di risorse non alimentari consumate. Nelle
sezioni anteriori abbiamo usato l'energia come indice
indiretto di tutte le altre risorse.
La definizione di capacità di carico che preferisco è la
seguente: La capacità di carico di un ambiente è il
numero massimo d'individui che tale ambiente può ospitare in
modo sostenibile per un dato livello di attività.
La sostenibilità è definita in questi termini: processo o
stato sostenibile è quello che può essere mantenuto a un
certo livello per un periodo indeterminato. Un processo o
stato sostenibile dovrebbe offrire condizioni ottimali a
tutti gli organismi che ne dipendono, e non dovrebbe
minacciare, in modo diretto o indiretto, la loro capacità di
vivere.
Alla luce di queste definizioni, s'intuisce facilmente che
l'attuale livello di attività umana non è sostenibile. Il
fatto che sia stato possibile dipende soprattutto dall'uso
dei combustibili fossili, una risorsa non rinnovabile. Si
tratta di un uso per definizione non sostenibile, e il picco
petrolifero ne è la prova lampante.
Soprannumero
Una specie è detta in soprannumero quando i suoi componenti
(o per essere esatti il suo livello aggregato di consumi) ha
superato la capacità di carico dell'ambiente.
Quando supera la capacità di carico dell'ambiente, la
popolazione esistente non può essere sostenuta e deve
ridursi per allinearsi alla capacità di carico, o per
scendere al di sotto di tale capacità: in linea generale una
popolazione non può restare per molto tempo in soprannumero.
La rapidità e l'ampiezza della riduzione dipende dal grado
di soprannumero e dall'eventuale erosione della capacità di
carico nel periodo di
soprannumero, come mostra il grafico 15. Per una
trattazione completa del fenomeno consigliamo la lettura del
libro "Soprannumero", di William Catton.
In caso di soprannumero esistono due possibilità per
riallinearsi alla capacità di carico dell'ambiente in cui
vive: se rimane costante (o continua a crescere) la
popolazione deve ridursi la sua attività (in termini di
consumo pro capite delle risorse e di produzione di
rifiuti), se invece rimane costante il consumo pro capite
deve ridursi il numero d'individui.
Le popolazioni in forte soprannumero non possono che
declinare. Il fenomeno si constata nei fusti, dove le
cellule di lievito muoiono dopo aver consumato tutto lo
zucchero dei grappoli ed essersi immerse nei loro stessi
rifiuti alcolici velenosi, o nel rapporto predatore-preda
del mondo animale, dove il declino delle specie predate
provoca il parallelo declino del numero di predatori. Questo
tipo di declino delle popolazioni può essere estremamente
rapido.

Figure 15: soprannumero
È un assioma dell'ecologia che il soprannumero degrada la
capacità di carico dell'ambiente, come appare chiaro dalla
curva calante della capacità di carico nel grafico 15. Nel
caso della speci umana, l'uso del petrolio ci ha permesso di
arrivare a risultati prodigiosi nell'estrazione delle
risorse e nella produzione di rifiuti, che sarebbero stati
assolutamente impensabili senza la disponibilità, non
ripetibile, di petrolio. I combustibili fossili in generale,
e il petrolio in particolare, hanno permesso all'umanità di
restare a lungo in una situazione di soprannumero.
Al tempo stesso, l'uso di combustibili fossili e di altri
tipi di energia ad alta intensità ci hanno permesso di non
vedere il soggiacente degrado delle capacità di carico della
Terra. La perdita di terreni coltivabili e di fertilità (stimata
in un 30% o più
dalla Seconda guerra mondiale in poi) è stata ad esempio
mascherata con l'uso di fertilizzanti chimici ottenuti in
gran parte dal gas naturale. Un altro esempio è la morte
degli Oceani, dove il 90% di tutte le grandi specie ittiche
sono adesso in pericolo, e molte altre lo saranno nei
prossimi 40 anni. La situazione sarebbe disastrosa per quei
paesi la cui alimentazione di basa sulla pesca se i
combustibili fossili non permettesse loro di aumentare il
volume di pescato nelle acque nazionali o di importare cibo
non marino per supplire alla mancanza di pesce.
L'impoverimento delle falde idriche può essere dimenticato
usando acqua ottenuta da pozzi più profondi, l'inquinamento
atmosferico usando i condizionatori d'aria, e così via. Sono
tutti esempi che indicano come il declino ecologico possa
essere opportunamente mascherato dall'uso dell'energia.
Dato che le nostre disponibilità di energia (specialmente di
quelle non rinnovabili, come i combustibili fossili)
cominciano a ridursi, la maschera sparirà gradualmente
lasciando apparire la vera portata della nostra predazione
ecologica. Dobbiamo affidarci sempre più alla generosità
della natura; le conseguenze dei nostri atti cominceranno
quindi ad avere conseguenze per noi tutti.
È impossibile dire a colpo sicuro di quanto l'umanità è in
soprannumero. Alcuni calcoli indicano una
percentuale del 25%, altri puntano a cifre più alte.
Qualunque sia la portata reale, non c'è dubbio sul danno che
abbiamo inferto ai sistemi naturali atmosferici, terrestri e
acquatici che ci hanno sostenuto prima dell'era del
petrolio, del carbone, e del gas naturale.
Per completare il modella della popolazione ho fattorizzato
l'effetto crescente legato alla graduale scoperta della
perdita globale di capacità di carico, effetto che aumenta
nel tempo per due motivi. Il primo è semplicemente che, col
diminuire dell'energia a disposizione, non saremo più capaci
di nascondere le soggiacenti perdite ecologiche. Il secondo
è più insidioso: man mano che diminuiscono le fonti
energetiche provocheremo ancora più danni all'ecosfera, nel
tentativo di ritardare l'inevitabile. Un buon esempio è il
riscaldamento globale che sarà prodotto dal CO2
supplementare rilasciato quando bruceremo carbone nel
tentativo di sostituire l'energia persa per la minore
disponibilità di petrolio e gas.
Come in altri punti del modello, sono stati usati aggregati.
In questo caso ho utilizzato una sola espressione numerica
per il "danno ecologico" che ingloba tutte le possibili
fonti di danno in un singolo termine matematico. Si da per
scontato che il danno sia dovuto a molte cause: cambiamento
climatico (siccità, alluvioni, e altri eventi atmosferici
estremi), ridotta fertilità del suolo, inaridimento delle
falde acquifere, morte degli oceani, inquinamento chimico
dei suoli e delle acque, perdita della biodiversità dovuta a
estinzione delle specie, a distruzione dell'habitat o a
produzione agricola monocolturale. Un aggregato di questo
tipo causa inevitabilmente una perdita di precisione, e
potrebbe causare una sovrastima o sottostima della
situazione reale. I valori scelti sono quelli che considero
più vicini allo stato attuale reale dell'ecologia globale.
Il modello assume che l'impatto della minore capacità di
carico sta cominciando adesso per arrivare a circa il 40%
nel 2100. L'impatto, che indica in che misura la capacità di
carico si è ridotta e non più essere nascosta dall'uso
energetico, viene applicato direttamente ai dati sulla
popolazione del grafico 14: un impatto del 40% significa
quindi che il mondo potrà sostenere 40% meno individui di
quanto potrebbe in assenza di effetti.
Lo scenario viene alterato in tre modi: in primo luogo la
popolazione massima è leggermente inferiore a quella del
grafico 12. in secondo luogo la curva discendente è
leggermente più accentuata, in terzo luogo la popolazione
globale nel 2100 ammonta non più a 1,8 miliardi ma solo a 1
miliardo. Il grafico 15 indica la curva finale della
popolazione.

Grafico 16: popolazione mondiale e declino delle fonti
energetiche e della capacità di carico dal 1965 al 2100
Analisi
Lo scenario sviluppato è ovviamente spaventoso, e la maggior
parte di noi ha una viscerale avversione a parlare della
sovrappopolazione. Secondo il mio punto di vista, se
vogliamo prendere le giuste decisioni o azioni, a livello
personale e pubblico è però fondamentale essere consapevoli
delle possibilità descritte: capire i problemi di scala
legati alle fonti di energia è imprescindibile per formare
una tale consapevolezza.
L'obiezione immediata a ogni preoccupazione sulla
sovrappopolazione è che questa si sta comunque riducendo in
modo naturale, e si stabilizzerà ben presto a un livello
gestibile. Il comportamento più logico è quindi accelerare
il crollo del tasso di fertilità, attraverso la formazione
delle donne. Altri affermano che il tasso delle nascite si
ridurrà automaticamente quando i paesi poveri
s'industrializzeranno, secondo il comportamento descritto
nel
Demographic Transition Model. Esamineremo la fondatezza
di ciascun argomento.
L'approccio formativo ha molti vantaggi: è umano, premia le
società che lo mettono in pratica, costa poco (sia in
termini economici che energetici), rappresenta un valido
strumento che può essere pubblicizzato in molte occasioni,
permette - anche in uno mondo povero di risorse popolato da
un miliardo di persone - alle comunità emarginate che lo
hanno messo in pratica di trovarsi in una posizione comunque
di gran lunga migliore di quelle che hanno invece difeso i
principi "maschilisti" della nostra civiltà (concorrenza,
dominio e sfruttamento). Dare il potere alle donne aumenta
la diversità dei valori e lascia più spazio a organizzazioni
sociali alternative, ad approcci nuovi per risolvere i
conflitti e a una migliore comprensione dei rapporti tra
esseri umani e ambiente.
Non possiamo però sperare che un tale approccio contribuisca
in misura significativa a risolvere il problema della
popolazione nel lasso di tempo a disposizione. Formazione e
passaggio di poteri richiedono tempo, e ce ne è rimasto ben
poco prima di essere travolti dall'ondata di impatti. Sarà
però di grande aiuto durante il declino della popolazione,
che continuerà per molti anni, probabilmente per almeno due
generazioni: in questo arco di tempo, ogni nascita evitata
ridurrà di un'unità il numero di coloro che si ritroveranno
sotto la spaventosa minaccia di guerre, carestie, malattie o
morte. In tali circostanze mi aspetto che il tasso di
natalità crolli comunque, ma, se ci concentreremo sulla
formazione e il passaggio di potere alle donne, renderemo
l'evento più accettabile e rafforzeremo le fila di quelli
cui spetterà preservare la nostra civiltà.
I sostenitori del Demographic Transition Model si
trovano in una posizione più difficile. Il modello sostiene
che le società che si industrializzano passano attraverso
due fasi: la prima vede aumentare le speranze di vita, la
seconda si caratterizza per un crollo della fertilità. La
società passa da una fase demografica di elevato tasso di
nascite e decessi a una di elevato tasso di nascite e basso
tasso di decessi, per poi arrivare a una fase di basso tasso
di nascite e decessi. Ho pubblicato uno
studio in cui viene analizzata l'energia necessaria per
portare il mondo a una situazione di popolazione stabile o
in declino usando tale metodo. Il risultato è che sarebbe
necessaria una quantità di energia cinque volte superiore a
quella che usiamo oggi, una prospettiva chiaramente
irrealistica.
E questo ci porta alla domanda "E se scoprissimo una nuova
fonte in grado di darci l'energia di cui abbiamo bisogno?
Magari la fusione o un altro metodo? Non risolveremmo il
problema?". Secondo me chi si pone questa domanda dovrebbe
guardare con attenzione cosa abbiamo fatto con l'energia di
cui disponevamo: abbiamo rovinato i terreni di superficie,
svuotato le falde idriche, distrutto gli oceani, sciolto i
ghiaccia, modificato la temperatura del pianeta, sterminato
un numero enorme di altre specie. Più energia cambierebbe il
nostro comportamento? Non c'è una sola probabilità al mondo.
Comunque, se le conclusioni del modello sono più o meno
esatte tutti questi argomenti sono irrilevanti. Le
limitazioni energetiche provocheranno una contrazione della
popolazione nei prossimi 20 anni, e il loro impatto supererà
di molto qualsiasi cambio che potrebbe essere introdotto da
misure umanitarie. In effetti, se il modello è corretto, non
vi sarà più un problema di sovrappopolazione, dato che i
processi naturali interverranno per ridurre il nostro numero
alle risorse disponibili.
Resta il problema di sapere sotto che forma si presenterà il
declino della popolazione. Non è possibile anticipare
dettagli sul fenomeno, ma si può tranquillamente affermare
che sarà più catastrofico di qualsiasi altro disastro
l'umanità abbia mai affrontato. Nella fase più acuta, nel
corso di due o tre decenni a metà secolo, anche in presenza
di un tasso di natalità pari a zero ci dovremo aspettare una
mortalità tra i 100 e 150 milioni di persone all'anno. Per
mettere le cose nella giusta prospettiva, la Seconda guerra
mondiale causò 10 milioni di decessi all'anno, e durò solo 6
anni. Quello che ci aspetta dovrebbe quindi essere 50 volte
peggio. Parlare in generale di morti previste non ci dice
naturalmente niente sul rischio per la struttura stessa
della nostra civiltà. Se è vero che gli Inuit usano una
dozzina di termini per la nostra "neve", noi dovremmo
inventarne un centinaio per "tempi duri".
Conclusioni
Tutte le ricerche fatte per quest'articolo mi hanno convinto
che la corsa umana è ora alla fine. Ci stiamo adesso
concentrando sui duri limiti imposti alle nostre attività
dalla situazione energetica e del danno ecologico. Non
abbiamo più tempo per mitigare la realtà, e non abbiamo più
possibilità di crearci una strada per uscirne. Sia come sia,
la natura e le leggi della fisica non sono pronte a
negoziare con noi.
Siamo arrivati alla fine in maniera così improvvisa che la
maggior parte di noi non si è ancora resa conto della
situazione. Anche se ci vorranno forse ancora 20 anni prima
che si facciano pienamente sentire, i primi effetti del
crollo del petrolio (la crisi dell'esportazione netta)
saranno percepiti entro cinque anni. Vista l'estensione
della nostra civilizzazione e la forte dipendenza
dall'energia in tutte le sue forme,
cinque anni sono un periodo troppo breve per mettere in
atto una qualsivoglia inversione o operazione che ci tiri
fuori dal precipizio. A questo punto siamo obbligati ad
accettare l'idea di una forte riduzione della popolazione.
Questo non significa però che dobbiamo adottare una
posizione fatalistica e dare per scontato che non c'è niente
da fare. Non potremmo essere più lontani dalla verità. Oggi
più che mai è necessario agire. L'umanità non sta per
estinguersi. Nel futuro prevedibile un numero enorme e
sempre crescente di persone si ritroverà in una situazione
disperata; dobbiamo cominciare sin da adesso a creare
sistemi, strutture e attitudini per aiutarli ad affrontare
le difficoltà, scoprire i lati positivi che esistono,
comportarci come meglio possiamo, sviluppare nuovi modi di
guardare il mondo, nuove strade per trattare con gli altri,
nuovi valori e principi etici. Dobbiamo farlo per ridurre al
minimo la miseria e assicurarci che da questo lungo incubo
spuntino quante più persone sane e felici possibile, con le
conoscenze e le capacità necessarie per avviare il prossimo
ciclo della nostra civiltà.
Ottobre 2007
tradotto da
Carlo Pappalardo
http://bastianini.info
© Copyright 2007, Paul Chefurka
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